Oggi stavo mettendo a posto della robetta risalente all'anno scorso: appunti, contratti e cose che nella gestione ideale del mio lavoro dovrebbero essere affidate a gnometti laboriosi che si preoccupano di sistemare tutto mentre io rumino davanti al Mac.
L'anno scorso ho avuto Andrea, uno gnometto laborioso che ha fatto tutto questo per me, che per la privacy chiamerò "lo stagista". L'unica cosa che non mi manca dello stagista è la sua scelta delle canzoni da ascoltare mentre si lavorava: una tamarritudine ingiustificabile anche per i suoi 16 anni.
Intorno a maggio mi stavo preparando per un matrimonio a Milano di due ragazzi pazzeschi cui è stato impossibile non affezionarsi. Un giorno mi scrive lo sposo dicendo che, non avendo più i genitori, si sarebbe fatto accompagnare all'altare dalla zia ma voleva lo stesso un segno della presenza dei suoi: mi chiede quindi se potessi stampare una foto che li ritraeva in formato 13x18 e incorniciarli per metterli a fianco dell'altare. Un pensiero delicato ed una realizzazione molto discreta.
Che dire, ho immediatamente appoggiato questo bel pensiero.
Mi arriva via mail la foto ed eccomi mutato immediatamente nella versione Urlo di Munch: la foto pesava 46 Kb. A volerci proprio stampare qualcosa, non veniva più grande di 2 cm di lato. Un francobollo, ma più piccolo.
Ho provato a lavorarla un po' su Photoshop, interpolare e fare quelle cose lì, che sai come cominci ma non sai dove finisci. Poco dopo (pochissimo dopo) è subentrata la resa: da 46 Kb non si riusciva a tirare fuori niente. Dovevo chiamare lo sposo e risolvere con un'altra foto.
Lo stagista, santo e paziente ma curioso come una scimmia, mi chiede chi siano quelle persone e come mai della mia faccia da Urlo di Munch. Serenamente gli spiego la situazione e come mai quella foto non sia stampabile.
E qui succede il coup de teatre. Lo stagista si fa serio e mi dice "No, non ci sono storie, tu questa foto la devi stampare". E ricordo bene proprio il tono del /devi/.
Gli racconto (cosa vuoi, son ragazzi, hanno tante fantasie ma nessun contatto con la realtà) che le foto sono fatte da tesserine colorate che si chiamano pixel e che quando vengono stampate devono possedere tanti pixel che diventino punti colore sul foglio, altrimenti viene un paciocco. Gli avessi raccontato la teoria dei quanti di energia mi avrebbe ascoltato di più.
"Non importa - incalza - hai capito il valore di questa foto? Tu la devi stampare e basta".
Ci sono quelle cose che danno fastidio: nel mio caso, c'è che sono allergico alla verità.
La verità era che io ero concentrato sul valore numerico della foto e non sul suo valore reale.
E così mi son messo a interpolare e fare quelle cose che sai come cominci ma non sai dove finisci e alla fine mando in stampa una foto che ha qualche Kb in più dell'originale. Arriva la stampa e... niente, andava bene così: non era il dettaglio del golf, la leggibilità della collana, la texture della pelle ad dover essere protagonista. Erano due genitori con il loro carico affettivo.
Ed un 16enne mi ha ricordato che cosa sia una foto: che cosa sia davvero una foto.
3 commenti:
A volte è davvero utile ricordarci che cosa sia una foto... soprattutto.
Quel ragazzino di 16 anni ti ha solo ricordato una cosa che ha imparato stando accanto a te...ed è il momento in cui si capisce di essere un buon educatore.
Wow Aldo. Se non fotografi, scrivi. Se non scrivi, parli. Se non parli, zitti. E ancora una volta mi hai ammazzato lo core in buono modo. In bonocore. Denghiu'!
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