venerdì 5 aprile 2013

Storiella (breve ed incompleta) di una passione

Non ho iniziato a fotografare sin da bambino.

Nelle gite scolastiche ero quello in fondo al bus che si fotografava le chiappe con le macchine fotografiche delle amiche e ridacchiava come un cretino coi suoi amichetti.

Ho cambiato alcune macchine fotografiche nell'adolescenza con lo stesso trasporto con cui si cambiano tante cose che sai bene che sono transitorie.

Quando ho preso in mano la Olympus OM-1 di mio papà non avrei mai immaginato che 20 anni dopo l'avrei portata a casa mia con emozione.

Però ci deve essere stato un momento in cui la fotografia è diventata qualcosa di più. Non ho avuto insegnanti di cui mi sono appassionato, i corsi che seguivo erano tutti volti a portare a casa la foto più o meno bella della modella più o meno vestita. Tutto il resto era sperimentazione casalinga. Pigliavo qualche amico o amica e provavo a illuminare con le lampade di casa, scattavo diapositive agli alberi, alla terra o all'acqua e poi le proiettavo addosso a corpi nudi (sia benedetto Photoshop e i metodi di fusione!) cercando ti tirarne fuori qualcosa di buono.

Poi ho scoperto la tecnica, le potenzialità. Facevo una fatica immane per ottenere certi effetti che dovevano seguire una ricetta fatta di luce, inquadratura, sviluppo.
Molti ci sono arrivati da soli, non io. Ho seguito un metodo, mi sono posto dei limiti da superare di volta in volta e pian piano ho capito che stavo iniziando a parlare di me, di come vedevo io il mondo e non mi interessava neppure troppo il giudizio degli altri: ecco in quel momento la fotografia è diventata qualcosa di più. Quando il piacere di fare una foto cui tutti commentavano "che bella! e che bravo! e che occhio!" diventava urgenza di scattare, di uscire e allestire un set solo perché quella foto che mi frullava in testa doveva essere scattata.

Frequento alcuni gruppi di fotografi, sia amatori che professionisti alcuni immersi nella frenesia dei software e degli obiettivi più performanti, altri sempre pronti allo scatto. Questo è bellissimo, la fotografia sta diventando un'arte democratica, aperta a tutti e ognuno la può modellare in base alle proprie esigenze. Non ho mai creduto nel "furto del mestiere" né nello svilimento dell'arte solo perché il ragazzetto con la reflex si fotografa ammiccando allo specchio del bagno. Non è il mio genere di fotografia, e tanto mi basta.

Ma dentro di me ho una divisione più severa tra entusiasmo e passione.
Alcuni fotografi (e secondo me la maggior parte) sono entusiasti.

Entusiasmo viene dal greco e significa "ricolmo di dio" anche nel senso di "invasato". Un entusiasta è uno che pensa che tutto il mondo debba essere racchiuso nella sua fotografia. E quindi scatta, scatta, scatta...

La passione deriva dal latino e significa "stare male, patire". Chi ha la passione per la fotografia pensa solo a mettere se stesso in ogni scatto.

A me la fotografia fa stare male. All'inizio no, era un accessorio della mia vita. Adesso se ho una foto in testa rimane prioritaria nei miei pensieri finché non ho chiaro come, dove e quando realizzarla. Mi capita di parlare con un cliente, mangiare la pizza con gli amici o leggere un libro e ad un certo punto il cervello di spegne ed io vedo la foto, vedo cosa voglio raccontare, cosa mi può servire ed il primo istinto è di alzarmi e andare a scrivere tutto, prima che la sensazione svanisca.

Tranne quando mangio la pizza.

La fotografia origina in me sentimenti sgradevoli e invadenti.

- insoddisfazione: le mie foto mi fanno schifo. Te che le stai lodando probabilmente mi stai prendendo in giro.
- invidia: è il mio motore primo. E' l'invidia di Salieri nei confronti di Mozart, quel sentimento di accettazione che esistono delle foto che mi schiacciano talmente son belle, che avrei voluto scattare io. E' l'invidia che mi spinge a studiare per migliorare, per darmi un nuovo limite da superare (evviva l'invidia!).
- fatica: non è un sentimento ma è quella sensazione che mi prende quando mi vien voglia di mollare tutto. E' faticoso guardarsi dentro e far uscire immagini, è faticoso vedere che altri sono arrivati dove sei tu già parecchio tempo prima, è faticoso dirsi che è ora di abbandonare il cammino sicuro e gettarsi in una nuova sfida. Però è bellissimo. E la bellezza vince sulla fatica.
- inadeguatezza: ho allievi che ripongono in me fiducia per imparare a fotografare, per crescere nel loro percorso. Ho la presunzione di aver studiato una didattica per dare strumenti validi ma soprattutto per far capire che la testa è l'unica macchina fotografica che val la pena di coltivare. E se non fosse abbastanza? Se non lo dicessi bene? Se non fosse quello che "richiede il mercato"?

Ecco perché è una passione, la fotografia non è allineata al mio benessere, non si nutre di uscite tutti insieme in cui si va a fotografare questo o quell'altro, non racconta di obiettivi e di sensori, non ha nostalgia della Kodak Velvia o pensa che il reportage sia solo con una Leica (medio formato, ovvio): si nutre proprio di me.

Ho solo imparato a vivere intensamente la fase di elaborazione dell'idea anche e a lasciar fluire la sensazione di mediocrità che mi prende qualche tempo dopo riguardando i miei lavori: mi godo solo il fatto di essere lì in quel preciso momento a pigiare quel pulsante.

2 commenti:

Dipingo Idee ha detto...

Che bella storia per iniziare un blog!

Anonimo ha detto...

Negli ultimi mesi mi sto interrogando tanto sulla fotografia: la verità è che ai corsi ho sempre avuto io un senso di inadeguatezza. Ero certa che non sarei mai stata capace di pensare a dei progetti: quel "la migliore macchina fotografica è il cervello" regala sempre un sorriso quando la si sente, ma credo sia per sdrammatizzare la soggezione che mette.

E' una frase importante...che identifica una filosofia importante.

Sono andata in crisi più di una volta...e mi capita ancora, ma anche "crisi" deriva dal greco e significa "scelta"! Io le mie scelte fotografiche le sto facendo.

Ora mi trovo a pensare a delle foto per un concorso, per contest su internet o per dei compiti assegnati e a non riuscire neanche ad immaginare di scattare "tanto per..."...

cavolo se è faticoso, scavi dentro, e non sempre ti capisci e ti piaci, però il risultato è tuo...lodato o meno...è TUO!

La fotografia è un percorso, io ho la fortuna di non camminare da sola e di aver incontrato chi mi sta facendo crescere.

inutile la firma...lo sai dai puntini di sospensione chi sono!